Nel 2020, a seguito dei numerosi lockdown, il 41% degli italiani ha ridotto lo spreco
alimentare. Si tratta di un buon 12% in meno rispetto al 2019.
Rimangono comunque ancora 5,2 milioni le tonnellate destinate a diventare rifiuti. E questo
significa 9,7 miliardi di euro: 6 miliardi e 403 milioni di spreco alimentare nelle case
italiane e oltre 3,2 miliardi di perdite sui campi, nel commercio e nella distribuzione.
Sono i dati contenuti nel report di Waste Watcher International Observatory on Food and
Sustainability (su rilevazione Ipsos), diffusi in occasione della Giornata nazionale di
prevenzione dello spreco alimentare, dalla Campagna spreco zero.
Una certa consapevolezza nei confronti di un’etica del cibo quindi è presente, ma le nuove
abitudini circa gli sprechi sono difficili da assimilare completamente.
Concentriamoci per un attimo solo sul lato positivo: le tonnellate di cibo salvato
corrispondono a 27 chili a testa (529 grammi a settimana). Ovvero 6 euro pro capite, per un
totale di 376 milioni di euro risparmiate a livello nazionale nell’ultimo intero anno.
In che modo il lockdown ha influito sullo spreco alimentare?
Il lockdown non ha solo migliorato la consapevolezza, ma ha modificato le nostre abitudini.
Un italiano su due infatti, è tornato in ufficio dallo smart working con il desiderio di portarsi
il pranzo da casa, magari recuperando gli avanzi della sera prima. Questa tendenza è stata
alimentata da un maggior tempo trascorso in cucina in piena pandemia e anche dalla necessità
di ridurre al minimo i contatti a causa dei possibili contagi.
è stata definita “ritorno all’autarchia”, la capacità di autosostenersi, su cui ha influito anche
la chiusura prolungata di ristoranti e bar.

Non in tutta Italia si spreca meno cibo
Il lockdown ha portato una maggiore consapevolezza nei confronti del valore del cibo.
Ma questa tendenza non si è distribuita uniformemente a livello geografico.
Gli scarti si sono ridotti soprattutto al Nord (489,4 grammi alla settimana rispetto a una media
di 529 grammi), mentre al Sud invece c’è più disattenzione (602,3 gr la settimana).
Per quanto riguarda i ceti bassi si parla di un + 9% di sprechi, circoscritti ad alimenti come
uova, latticini o cibi precotti.

Lo spreco alimentare parte dalla spesa

Cosa succede nella mente del consumatore quando deve andare a fare la spesa?
? il 50% degli italiani non ha l’abitudine di pianificare i pasti per i giorni successivi
? il 33% non compila una lista
? il 22% non controlla cosa ha già in casa.

A questo si aggiungono gli acquisti impulsivi. Una volta arrivata al supermercato, 1 famiglia
su 4 compra spesso alimenti che non aveva previsto, quasi 1 su 10 finisce per comprare
troppo cibo a causa delle promozioni e il 7% per acquisti di getto.

E quando si torna a casa?
? un italiano su tre non ripone gli alimenti in modo da consumare prima il cibo più
vecchio con il risultato che il 32% dichiara di buttare alimenti non consumati in tempo
e il 20% perché conservato male.
? Anche una pianificazione superficiale dei pranzi e delle cene alimenta le occasioni di
spreco: il 20% degli intervistati dichiara di gettare il cibo perché ne ha acquistato
troppo.

Ci sono anche altri fattori che influiscono sul “food waste”: il 39% dei rispondenti
sprecherebbe meno cibo se avesse più opportunità di acquistare alimenti sfusi e il 56% ritiene
che la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” andrebbe modificata per chiarire meglio
che i prodotti possono essere consumati in sicurezza anche oltre la data indicata.

E per le occasioni di cena fuori casa?
3 italiani su 4 non hanno la possibilità di ordinare porzioni ridotte nella maggior parte dei bar
e ristoranti che frequentano con il risultato che al 48% capita di avanzare del cibo nel piatto,
ma solo 1 su 4 chiede sempre o spesso di poterlo portare via, abitudine che non fa ancora
parte della nostra cultura. Le ragioni principali risiedono nella convinzione che la quantità di
cibo avanzato sia troppo poca (57%), l’imbarazzo (46%) o la scomodità (29%).
Il ruolo del packaging
E qui si apre il discorso packaging.
Più di 1 italiano su 3 dichiara che sprecherebbe meno alimenti se si potessero acquistare sfusi.
In molti casi quindi il pack è visto come un limite più che come un contenitore. Inoltre i
consumatori lamentano la scarsa informazione sulla conservazione del prodotto e anche dati
sulle corrette modalità di conferimento in raccolta differenziata.
Un problema etico

Non si tratta solo di un problema economico ed ambientale, ma anche etico, se si pensa che
sono 4 milioni gli italiani costretti a chiedere aiuto per mangiare nel 2020, un numero
praticamente raddoppiato rispetto al 2019.
Banco Alimentare, la fondazione che ogni giorno recupera il cibo non consumato nelle
mense collettive e dalla grande distribuzione consegnandolo agli enti caritativi, ha visto
crescere le richieste di aiuto alimentare mediamente di circa il 40% e le persone che si sono
rivolte agli enti caritativi sono passate da 1,5 a circa 2,2 milioni.
Secondo l’indagine Ipsos l’83% degli intervistati ritiene lo spreco “immorale” dall’83%,
mentre l’85% chiede di rendere obbligatorie per legge le donazioni di cibo ritirato dalla
vendita da parte di supermercati e aziende ad associazioni che si occupano di persone
bisognose, in seguito all’aumento della povertà generato dalla pandemia Covid-19.

 

ALLEGATI: